Una rete che salva: scuola e famiglia insieme per sconfiggere i DNA.
E’ sempre difficile trovare le parole giuste per dire che “c’è qualcosa che non va…” : l’impresa si fa titanica quando a vedere, accorgersi, raccogliere segnali più o meno espliciti è l’insegnante.
Compresso tra l’urgenza di un confronto con i genitori per capire se anche loro hanno notato quel “qualcosa” e la necessità di conservare la fiducia, di non tradire chi ha trovato il coraggio di mostrare l’inconfessabile, il prof. combatte con l’inadeguatezza, la responsabilità, l’errore, la presunzione.
Certo, il più delle volte chi “vede” è dotato di empatia ma troppo spesso il timore di passare per impiccioni o di non riuscire a rispettare i tempi del programma didattico, dissuade e allontana da un’attenzione che impegna.
Eppure il “prof.” è la figura che più vive a contatto con i nostri ragazzi se è vero come’è vero che li ha sotto gli occhi anche quando ridono tra loro, scherzano, giocano o fanno ginnastica, si scambiano la merenda a ricreazione…
Per individuare correttamente certi segnali e sollecitare alla consapevolezza con il giusto approccio, l’associazione Fenice da tempo incontra proprio nelle scuole gli insegnanti e i genitori.
Ieri è stata la volta della scuola media Ascoli di Gorizia, dove la dottoressa Debora Cattaruzzi, psicologa e psicoterapeuta esperta di disturbi alimentari, ha fornito gli strumenti per riconoscere e affrontare i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.

Gli insegnanti, come i genitori, sono una risorsa indispensabile per intercettare i primi segnali di un disturbo alimentare e possono diventare, d’intesa con mamme e papà, amici e compagni, una possibilità altrettanto significativa per decidere di intraprendere un percorso di cura.
Perchè a volte succede che i genitori non siano “pronti” oppure tendano a minimizzare o ancora provino vergogna e senso di colpa: prendere tempo, in questi casi è però deleterio. Infatti è scientificamente provato che una diagnosi precoce consente una regressione del disturbo pressoché totale.
All’interno della sua classe, il prof. può operare per aiutare chi soffre anche allontanando il pregiudizio, spesso causa di stigma e il timore che diventa motivo di un progressivo isolamento.
La scuola deve quindi essere percepita come un alleato e non un’ingerenza perché per uscire da una malattia così complessa occorre combattere tutti insieme, con fiducia, pazienza e intesa.
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